Questo è il posto dove lascio la mia mente vagare a briglie sciolte.
"Avevo quasi trent'anni e vivevo un momento difficile della mia vita. Perdere improvvisamente il lavoro è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non avevo niente da fare e invece di buttarmi nella ricerca di un nuovo posto, ho iniziato a cercare vittime in giro, sconosciute. Volevo rintracciare luoghi dove fosse facile attaccarle, più che avvicinarle. Quando la individuavo sola, commettevo il reato".
Racconta così la sua storia "Marco" (nome fittizio), un sex offender di Milano, arrestato nel 2002, per aver violentato più donne. La sua è una storia particolare. Dopo aver scontato la pena di quattro anni presso il carcere di Bollate, lo incontriamo da libero cittadino nel Centro Italiano per
Lui è uno degli stupratori "deprogrammati" dall'equipe del prof. Paolo Giulini, direttore del CIPM, che dal
Il servizio si pone, infatti, come complementare alla reclusione, mirando a deprogrammare il violentatore rendendolo partecipe a tre gruppi socio-educativi (sulla comunicazione e abilità sociali, sulla prevenzione della recidiva e sulla gestione del conflitto) a cui sono stati affiancati altri tipi di interventi, come colloqui psicologici e criminologici individuali di approfondimento.
Come spiega il criminologo Giulini,"il CIPM si occupa di gestire il progetto sia in carcere, attraverso l'Unità di Trattamento Intensificato, che nella sede del Centro. Nella casa di reclusione di Bollate, il detenuto richiede di partecipare o è obbligato dal magistrato a diventare utente, a trattare e risolvere il suo problema di devianza sessuale. Nel secondo caso, invece, gli autori di violenze sessuali si presentano spontaneamente, una volta usciti dal carcere".
Giulini è un po' critico sul "decreto antistupri", entrato in vigore a febbraio, che ha inasprito la pena: "Una risposta punitiva fine a se stessa è una soluzione sterile, perché ci troviamo di fronte a persone che vengono duramente punite ma che, se non hanno fatto un lavoro su di sé, rischiano di essere delle bombe ibernate dalla pena. Una volta scongelate, tutti i meccanismi psicopatologici rimangono intatti con il rischio della recidiva. Ritengo che accanto alla pena, serva comunque un intervento complementare come il nostro servizio".
"Quest'anno - afferma il prof. Giulini - abbiamo trattato 260 soggetti con problematiche di tipo sessuale deviante: 60 (di cui 55 uomini e 5 donne) sono seguiti nel nostro centro, gli altri 95 sono utenti nel carcere di Bollate. Nel 2008 abbiamo avuto due recidive".
Secondo il prof. Giulini non è possibile fare un identikit di chi commette reati di violenza sessuale, sia che siano donne su bambini, sia uomini su donne: "In molti casi non sono in grado di metabolizzare i conflitti e passano all'atto impulsivo, deviante".
Marco è ben consapevole della difficoltà del percorso e per questo motivo non riesce ancora ad allontanarsi dal Centro: "Non mi sento liberato, ma diverso da quando sono entrato - afferma l'ex detenuto - ho acquisito degli strumenti che prima non avevo e che ho solo grazie a loro. Ritengo un dovere seguire il programma. E poi credo di aiutare gli altri utenti a superare le problematiche, raccontando la mia storia. Penso di rimediare anche ai miei errori. Lo faccio per le vittime che ci sono state, per le potenziali vittime".
La storia di Marco non provoca alcuna emozione o sentimento di clemenza a chi sta dall'altra parte, come Stefania Bartoccetti, presidente di Telefono Donna, che, dopo aver ascoltato le parole dell'ex detenuto, non trattiene lo sconcerto: "Mi sorprende che un uomo così, che ha violentato più donne, sia fuori dopo quattro anni. Siamo di fronte ad uno che cercava di provocare del male a donne sconosciute. Una mente che mi fa pensare al peggio. Non mi suscita alcuna pietà sapere che è disponibile a seguire un percorso di cura e d'aiuto. Mi interessano le cure riconosciute alle donne, stuprate e violentate così gratuitamente. Non vedo una coscienza così pronta e matura nei confronti delle vittime". Del programma di recupero del CIPM, Stefania Bartoccetti non ne conosce i dettagli, ma ammette che può avere un senso pensare di poter recuperare l'autore di violenze sessuali, così come reputa utili le cure ai detenuti con malattie mentali.
Contraria, invece, all'ipotesi di introdurre la castrazione chimica: "E' un altro passo intermedio, uno sconto che si farebbe agli stupratori. Perché il loro piacere non è legato all'atto, quanto alla dinamica mentale. Nessuno può garantire - sottolinea
Tiziana Zaffino